Nell’audace mondo di porpora,
La notte, calando avvolge
L’insana promessa
di un uomo spregevole:
senz’anima,
senza cuore, arranca
nelle buie strade.
Abbracciando
pensieri piccoli,
suicidi.
Forme buie di una mente malata,
di un cuore solo.
Nell’audace mondo di porpora,
La notte, calando avvolge
L’insana promessa
di un uomo spregevole:
senz’anima,
senza cuore, arranca
nelle buie strade.
Abbracciando
pensieri piccoli,
suicidi.
Forme buie di una mente malata,
di un cuore solo.

Stati mentali sconnessi accompagnano la triste giornata di un uomo senza speranza, senza uscire di casa, rimanendo nella solitudine più completa, aprendo bottiglie per riuscire a colmare il vuoto che passa nella sua vita, non può non rendersi conto di non aver nulla da dire al mondo, va da se che la gente non abbia nulla da aspettarsi, va da se che nessuno possa distinguere la diversità nell'altro, purtroppo sono regole alle quali dobbiamo rispondere. La nostra vita non può in ogni caso dirsi assolta dalle colpe di cui ci macchiamo, il tempo non fa altro che alleviare il peso del ricordo, attenua gli stati d'animo, ma non può cancellare ciò che è stato. Nemmeno la morte appare più la soluzione adeguata, la menzogna ha semplicemente avuto la meglio. Non possiamo di certo lamentarci della nostra vita di fronte agli altri, cercherebbero senza ombra di dubbio di ascoltare e consigliarci, cosa che per quanto mi riguarda odio più di ogni altra. Lo starci vicino non può far altro che infettare anche coloro che un tempo erano liberi almeno in parte dal dolore, non risolve nulla. Non si può resuscitare un morto semplicemente standogli vicino. Si può solamente rendersi conto che alle volte è meglio non prestare ascolto ai sentimenti degli altri, alle volte dobbiamo solamente lasciar perdere.
Rimpiango i tempi in cui conoscevo solamente poche persone e solamente quelle poche mi salutavano per strada, rimpiango i tempi in cui passeggiando potevo dire di essere solamente uno sconosciuto.
Mi sembrava giusto dire qualche parola sul natale, effetivamente non siamo molto lontani dalla fatidica data nella quale il signore dio nostro ha visto la luce 2006 anni orsono, stelle comete a parte il Natele mi fa piuttosto ribrezzo, ma quest'anno in particolare rievoca nella mia mente una persona ben precisa, una tagazza che ho conosciuto una notte nel mio peregrinare per le strade di Arezzo. Una conoscenza piuttosto breve, ma devo dire molto intensa, ora che non la vedo più da mesi, vorrei chiedere un favore a Babbo Natale, visto che oramai daquanti se ne vedono al giro, sembra quasi di essere stati invasi da un mare di vecchi con un pessimo gusto nel vestire ed una preoccupantee carenza di lamette da barba, non dovrebbe essere difficile per almeno uno di loro esaudire il mio desiderio...
No ripensandoci non lo voglio chiedere a Babbo Natale, ma lo voglio chiedere ad un personaggio altrettanto fantomatico, lo chiedo allo stato Italiano, e dato che le probabilità di essere ascoltato non cambieranno molto non vedo una così grande differenza. Ti prego, in una democrazia così fatiscente ed ipocrita in cui l'unica cosa di popolare sono le case distrutte che si vedono nella periferia di ogni centro abitato, fai che almeno un pensiero vada a Rebecca, una povera ragazza Rumena costretta a prostituirsi dal suo protettore, fai che per una volta i tuoi agenti in divisa blu, non si fermino da lei solamente per qualche prestazione occasionale... Fai che come io sono riuscito, senza mezzi, senza il diritto e soprattutto senza avere il dovere di farlo, a scoprire chi sia il suo Maniaccio, tu possa trovarlo e finalmente mettere fine al suo disumano Business.
Ora Rebecca è stata trasferita, si trova credo a Montecatini, una cittadina divenuta famosa per il suo centro termale, e da un po' di tempo a questa parte, anche per gli eccellenti servizi di accompagnatrici ed Escort... in pratica prostitute che vi si possono reperire senza troppa difficoltà. Stranamente negli ultimi dieci hanni questa piccola cittadina ha riscontrato un Boom impressionante di eventi di ritrovo, pubbliche associazioni, aziende, partiti politici ecc... hanno scelto questa città come meta delle loro riunioni, dei loro meeting. Non credo che questo sia un caso, come non lo credeva Rebecca.
Mi dispiace di aver perso un'amica, mi dispiace che una persona a cui tenevo moltissimo, ora sia in mano a non so quale pervertito in giacca e cravatta. Spero solo che almeno sia gentile con lei.
Per questo credo che al momento, Rebecca sia l'unica a meritarsi seriamente dei bellissimi Auguri di Buon Natale!

Un piccolo pensiero per una persona troppo grande...
MORTE
Un nuovo battito, rendeva il cuore oscuro, quasi privo di vita, un sussulto sconvolgeva l’anima del povero vecchio, egli era a sedere sulla sua poltrona: egli era seduto con le braccia appoggiate sul ventre sporgente, soffriva, soffriva molto, la sua testa scoppiava di terribili sensazioni, sembrava che il torace premesse sul cuore e sui polmoni: impedendogli di respirare.
Dalla sua bocca usciva solamente un rantolo, la saliva gli colava dalla bocca, andando ad inzuppare la camicia che aveva addosso, non riusciva a muovere un muscolo, ogni movimento, anche lo stesso respirare gli provocava una immensa pena.
Oramai era più di un minuto che il dolore lo aveva assalito e ancora non accennava assolutamente a smettere, la sua vita stava finendo, se lo sentiva dentro, stava finendo lentamente e molto, molto dolorosamente.
Non aveva paura, era vissuto fin troppo tempo, aveva visto fin troppe cose per aver paura di morire, forse era proprio questo che ancora lo teneva in vita. Sebbene il dolore fosse molto intenso, quasi insopportabile egli non se ne curava, tutto quello che riusciva a fare era solamente pensare, non rievocava la sua vita passata ma piuttosto rifletteva su quello che ci sarebbe stato dopo, era come se questo pensiero lo tranquillizzasse, era come se facesse diminuire il suo dolore, sapeva che sarebbe morto di li a poco, tuttavia non si mise a chiedere perdono a Dio dei peccati che aveva commesso nella sua vita, riteneva che un pentimento del genere, avrebbe significato solamente una presa di giro, un’ipocrisia che non sarebbe servita assolutamente a redimerlo, colui che era a capo di tutto, colui che sapeva tutto di tutti, avrebbe saputo meglio di lui leggergli dentro, meglio di lui avrebbe potuto vedere ciò che provava.
Rimase li sulla sedia a pensare, il dolore lentamente, stava sfumando in niente di più che un lieve fastidio, si rese conto che non sarebbe morto, si rese conto che l’infarto che aveva subito era stato solamente un avvertimento, anche se molto forte non era bastato ad ucciderlo; provò a muovere le mani ma non poteva, era cosciente, il dolore era oramai passato ma le sue membra non rispondevano ai suoi comandi, era paralizzato li, sulla seggiola, non poteva muovere un muscolo, nemmeno la testa o la bocca, i suoi occhi erano aperti, vedeva e tuttavia era come se tutto quello che vedesse gli fosse completamente estraneo, la sua vita c’era ancora, la sua vita era ancora li, tra le sue mani, ma non poteva far niente.
“Mio dio” pensò come avrebbe fatto a chiamare aiuto, la morte per infarto non lo preoccupava più di tanto, ma morire di fame no, ecco questo non l’accettava: quando era giovane era stato deportato in un campo di concentramento, durante la seconda guerra mondiale, sapeva molto bene cosa significasse avere fame, tutto questo lo spaventava non voleva ripercorrere quei momenti, li aveva già odiati abbastanza quando era in forze, e non avrebbe mai accettato di rivivere quelle sensazioni, quelle angosce.
Questa sarebbe stata veramente la fine, nessuno si sarebbe accorto di lui prima di domenica, quando sarebbe venuta la donna delle pulizie e l’avrebbe trovato in quello stato pietoso, con la saliva che oramai aveva macchiato la sua camicia, magari sporco di escrementi e disidratato completamente, non male come fine, a lui poi che diceva sempre: ”Non auguro a nessuno, di soffrire quello che ho sofferto io quando i tedeschi mi catturarono”, a lui che si era fatto in quattro tutta la vita per poter sfamare sua moglie e per darle la vita migliore che potesse immaginare. “Che beffa”, pensava, costretto su una poltrona,anche scomoda per di più, a fare la fine più brutta e ignobile che potesse capitare a qualsiasi essere umano.
Gli venne da ridere mentalmente, quando pensò che erano quasi due ore che non andava al bagno e, che quindi, fra poco si sarebbe pisciato addosso, che squallore.
“Non che la mia vita finisca così, non ho mai avuto bisogno di nessuno io, non voglio certo concludere la mia vita, seduto in una poltrona vecchia di quaranta anni, puzzando di escrementi”.
Provò ad alzarsi di nuovo, ma fu tutto inutile, per fortuna i suoi bisogni pomeridiani sembravano ritardare, che schifo.
Il suo corpo aveva sensibilità anche se non poteva muoversi, riusciva a percepire tutto quello che avveniva intorno a lui, sentiva la saliva che si stava raggrumando su di un lato della sua guancia, sentiva le goccioline che gli colavano sul mento, e cadendo si schiantavano sul suo torace.
Non sapeva quello che fare, forse perché non c’era niente che potesse fare, l’unica cosa era cercare di rimanere calmo fino a che non fosse venuto qualcuno, allora lo avrebbe portato in ospedale e chissà, magari con un po’ di riabilitazione sarebbe tornato quello di una volta, iniziò a pensare ancora una volta se attendesse visite quella sera, non gli veniva in mente niente, eppure c’era qualcosa che si stava scordando, qualcosa che martellava insistentemente per uscire dall’antro della memoria: si concentrò molto, cercò di ripercorrere con il pensiero tutto ciò che gli era successo in quella settimana, poi ad un tratto un’illuminazione, sarebbero venuti i suoi ex compagni di lavoro a giocare a carte, era mercoledì, e come sempre, il mercoledì sera c’era la partita di carte, a casa di uno di loro, questa settimana toccava proprio a lui, era salvo, sarebbero arrivati di li a poche ore, lui avrebbe potuto resistere fino ad allora, non era un problema, almeno se sarebbe morto non sarebbe accaduto per fame, questo era tutto quello che desiderava.
Si sentiva eccitato ed impaziente, voleva che i suoi amici arrivassero, voleva che chiamassero un’ambulanza e che tutto ritornasse come era prima, o che finisse una volta per tutte, l’importante era non dover subire quella umiliazione, non doveva essere quella la sua vita, e non lo sarebbe stata, non poteva muovere più nemmeno gli occhi poteva solamente guardare dritto davanti a se, si rese conto che stava guardando la parete davanti al caminetto, la testa gli si era piegata di lato e con la coda dell’occhio poteva così vedere l’orologio che gli stava di fianco, cercò per quanto possibile di concentrarsi sulle poche ombre che riusciva a distinguere, vide che il tempo passava, vide la lancetta dei secondi che camminava, ma non riusciva a distinguere le ore, vide la lancetta correre sopra il numero 45 moltissime volte quasi un centinaio, dovrebbero arrivare fra poco pensò, oramai era passato molto tempo, da quando aveva avuto la prima fitta al braccio, non sapeva esattamente che ore fossero, ma era come se si sentisse che qualcosa stasse per accadere, era una sensazione strana, un misto di ansia e paura, abbracciata ad una costante trepidazione, dentro di se sorrise, pensando al suo stato, seduto su di una sedia, con la camicia completamente macchiata di saliva che ora sembrava aver smesso di scendere, immaginò le prese di giro che gli sarebbero toccate dai suoi compagni, ne fu felice, si sentiva meglio se pensava a loro, loro che erano rimasti con lui fino dall’infanzia, fino da quando aveva poco più di sedici anni.
Il tempo passava, lo sentiva chiaramente, il ticchettio dell’orologio era insistente, pedante, martellava con un ritmo ossessivo nella sua testa calva, si mise a contare i secondi, gli veniva naturale, riusciva a farlo anche se pensava a qualcos’altro, non c’era più bisogno di sforzarsi per riuscire a vedere l’orologio, sapeva esattamente quanto tempo fosse passato dall’inizio, esattamente quattro ore, quindici minuti e ventiquattro secondi, venticinque secondi, ventisei secondi…
Qualcuno suonò il campanello, al ventisettesimo secondo, del quindicesimo minuto, della quarta ora dall’inizio del suo calvario.
Era un suono lontano, indistinto, come se provenisse dall’appartamento al piano di sopra, naturalmente non andò ad aprire, naturalmente non si alzò come tutte le volte, rimase li in attesa con il corpo e con la mente, solamente il conteggio dei secondi non si fermava, solo quello lo manteneva a contatto con la realtà ma a quale prezzo … era tanto, troppo tempo che aspettava, sentiva che stava perdendo la sua lucidità: faceva pensieri sconnessi, privi di un senso, ed era ossessionato da quel fastidioso ticchettio che rimbombava nella sua mente.
Trascorsero un’altra decina di minuti, il campanello continuò a suonare, ininterrottamente, quando ecco… sentì da fuori le sirene dei vigili del fuoco arrivare, cavolo, avevano fatto in fretta, si dovevano essere preoccupati più del dovuto la sotto, non dovette aspettare molto per sentire il rumore della sua porta che veniva forzata, e allora li vide, come un gruppo di formiche da documentario avvicinarsi velocemente a lui, li vide radunarsi attorno al suo corpo: come fanno quei piccoli insetti accanto ai resti di qualche animale, vide colui che doveva essere un medico prendergli il polso in mano, ed iniziare ad ascoltare, poi accadde qualcosa di terrificante di semplicemente orribile … il medico scosse la testa, e dette ordini ad un suo collega di chiamare un servizio di pompe funebri.
“Non sono morto” pensò il povero vecchio, “aiutatemi, sono qui, sono ancora vivo,” iniziò ad urlare nella sua testa, ma per quanto lo facesse le piccole formiche operaie non si fermavano. Arrivarono in molte a dare una mano, c’erano quelle vestite di blu che misuravano la sua casa e che parlavano con i suoi vicini, c’erano delle altre nere e gialle che invece se ne stavano andando insieme a quelle vestite di bianco, lasciando così il posto a quelle vestite di nero, che iniziarono a frugare il suo corpo, lo misero in una barella e lo portarono via.
Appena fu uscito dalla casa, ora poteva guardare solamente in alto, si accorse che, tutto ciò che poteva vedere erano le pieghe del sacco di plastica bianca, dentro cui lo avevano infilato, sentiva chiaramente intorno a se il chiacchiericcio delle sue vicine, due vecchie zitelle che spettegolavano come al solito, sentiva che lo stavano lodando, erano insieme ad un'altra persona, probabilmente ad un poliziotto, oppure un giornalista e stavano raccontando quanto lui fosse stato cordiale e disponibile con tutti, tutti parlavano al passato, era incredibile, pensava: “Io sono vivo, io sono vivo maledizione”, ma nessuno sembrava accorgersene.
Il panico iniziò a invadere i suoi pensieri, non poteva fare altro che pensare a cosa sarebbe successo, non voleva essere messo in una cassa e infilato in uno di quei loculi angusti che sono nei cimiteri odierni, non voleva essere chiuso li dentro non da vivo almeno, avrebbe preferito essere cremato, lo avrebbe preferito di gran lunga, il dolore che avrebbe provato, sarebbe stato preferibile all’alternativa di passare una vita ad attendere la morte vera.
Il sacco era umido, sentiva uno strano fetore, come di marcio provenire da li dentro, un odore ributtante, che gli ricordò le cataste di corpi che i tedeschi ammucchiavano nelle fosse comuni, prima di seppellirli, tuttavia questo odore era diverso, non sapeva cosa fosse, ma aveva qualcosa di strano qualcosa di familiare, non riusciva a capire, era come se quell’odore l’avesse sempre conosciuto, come se quel ricordo, fosse stato sopito fino ad allora, in un angolo remoto della sua testa ed ora fosse riaffiorato, fosse venuto fuori dal nulla…
Non sarà forse… “NO non può essere, è semplicemente impossibile, io sono vivo, sto pensando, sono cosciente, e riesco a percepire i suoni che vengono dall’esterno” eppure era come se una parte della sua mente sussurrasse amichevolmente all’altra la risposta: “Sei tu, è il tuo corpo quello che senti, è il fetore della putrefazione, dei tuoi organi che marciscono dentro di te, di vermi e larve che ti stanno crescendo dentro, per nutrirsi delle tue carni e per renderti di nuovo alla terra, alla polvere: “Polvere eri e polvere tornerai”” … No non poteva essere lui non era morto, Cartesio molto tempo addietro scrisse: “COGITO ERGO SUM”, “io sono”, “io esisto”, “io sono ancora un uomo”, “io sto pensando”: questi erano i pensieri che spingevano, affollandosi nella sua mente; non poteva essere morto aveva ancora tutte le sue facoltà intellettive e sensoriali, aveva una visione limpida di tutto ciò che lo circondava…
Il viaggio durò poco, fu scaricato davanti ad una porta argentata, sulla porta si leggeva la scritta “POMPE FUNEBRI”, sentì che il carrello si muoveva velocemente nella sala, il sacco fu aperto, e lui vide due persone che presero il corpo, lo deposero su di un tavolo metallico, in breve gli furono tolti tutti i vestiti, rimase nudo davanti a quelle persone, che iniziarono a pulirlo completamente, era una sensazione disgustosa, sentirsi tutte quelle mani estranee toccare ogni parte del tuo corpo anche quelle più intime, i due uomini non dimostravano alcun rispetto per il cadavere, ma ansi si misero a giocherellare con lui, prendendo in giro e facendo battute sulla sua sessualità e sul suo aspetto fisico, immediatamente gli fu fatta una puntura, lui senti bruciare dentro di se, tutti i suoi oramai inutili organi, sentì una spugna passare sulla sua pelle ed esplorare ogni punto del suo corpo, il processo durò all’incirca due ore, due ore da incubo, le due ore più imbarazzanti e sconcertanti della sua vita, o magari della sua morte, alla fine fu rivestito, con un completo scuro, con una cravatta nera e una camicia bianca, e cosa peggiore di tutte, alla fine uno dei due aguzzini pose una mano sopra i suoi occhi e li chiuse. Ora non poteva vedere niente, non poteva nemmeno vedere chi gli stava attorno, di nuovo sentì il panico che stava salendo che si stava impadronendo di lui, non poteva muoversi, cominciò di nuovo ad urlare con il pensiero, con tutte le forze che aveva, tuttavia inutilmente, nessuno lo poteva sentire naturalmente, non ce la faceva più non ne poteva più di quella situazione, voleva scappare, voleva che qualcuno lo ascoltasse, che qualcuno lo potesse sentire.
Fu portato in una cappella mortuaria e li tornarono di nuovo quelle fastidiose formiche, quegli insetti che si avvicinavano al suo cadavere e lo toccavano, alcuni gli davano un bacio e molti intonavano preghiere e litanie fastidiose per le sue orecchie, vennero i suoi amici, che piansero come bambini, vennero suoi parenti molto lontani, parenti che non aveva nemmeno mai conosciuto, vennero i suoi vicini, vennero tutti quelli che conosceva: sia le persone che aveva amato, che quelle che aveva odiato, tutti erano li, tutti erano fermi li davanti a quella che doveva essere la sua bara, si sentiva osservato, oppresso da tutte quelle voci e da tutte quelle presenze.
Non sapeva bene cosa stesse succedendo intorno a lui era tutto così confuso sentiva dei pianti sentiva dei lamenti ma tutto era offuscato, distorto, tutto era condizionato dalla paura e dal panico che oramai erano una costante per lui, una tremenda e famelica costante.
Provò ad addormentarsi, ma non era stanco, provò a immaginarsi delle cose ma non poteva, la sua mente era solamente capace di ragionare, era solamente capace di parlare con se stessa, oramai aveva capito, lui era morto, il suo corpo era morto ma la sua anima era ancora viva, non sapeva per quanto lo sarebbe stata, ma se la memoria non lo ingannava quando era ancora un bambino, il prete che gli insegnava catechismo diceva che l’anima era ciò che più ci avvicina a Dio, proprio perché è immortale.
Lo misero in un loculo molto in alto sulla parete del colombario, gli ultimi rumori che sentì furono quelli del muratore che sigillava l’apertura, poi tutto fu quieto, tutto fu tranquillo, nessun rumore riusciva a passare, eppure c’era qualcosa che non andava, oramai si era rassegnato alla sua condizione, il panico era passato del tutto, lui faceva lavorare la sua anima giorno e notte, cercando di scacciare quella sensazione che, ogni momento lo opprimeva, pensò, pensò fino a che non ci fu più niente da pensare, parlò con se stesso, fino a che non ci fu più niente da sentire, tutto era calmo, placido, fuori sapeva che la vita continuava che le persone morivano e che altre nascevano, tutto era normale, ma quando tutto oramai era passato, quando il suo intelletto fu stracolmo di risultati, di risposte, di soluzioni, ciò che tentava di scacciare da anni oramai, prese di nuovo possesso della sua mente, il vecchio ricorderà sempre il momento in cui la sua mente vacillò, mai lo dimenticherà, era il sedicesimo secondo, del ventinovesimo minuto, della diciassettesima ora, del duecentottantottesimo giorno, del cinquantesimo anno, il giorno in cui il tempo ricominciò a passare, anche per lui.